Con la versione V7.8.2 di IdeaLab, il modulo multi-agente della mia ultima app, ho provato a cambiare domanda. Non più «quale idea è la migliore?», ma: che cosa succede se gli agenti devono cercare le contraddizioni tra le rispettive ipotesi e ricavarne un meccanismo che nessuno di loro aveva proposto?
Come funziona oggi IdeaLab?
L'orchestrazione usa modelli di ecosistemi diversi (Claude, Gemini e Codex), ciascuno con un ruolo: esplorazione, ideazione, progettazione, verifica.
Rispetto alle versioni precedenti ho aggiunto tre elementi. Il primo sono i controlli causali, che servono a capire se un'ipotesi spiega davvero il fenomeno o si limita a descriverlo. Il secondo sono le verifiche incrociate tra agenti. Il terzo è un gruppo di controllo: le stesse domande vengono elaborate in modo indipendente, senza collaborazione, così da poter confrontare i risultati.
Il sistema conserva anche le ipotesi scartate, i passaggi intermedi e le critiche. Le idee minoritarie restano disponibili invece di essere assorbite nella sintesi finale.
L'esperimento
Molti adulti comprendono strutture inglesi anche complesse, ma quando parlano spontaneamente ripiegano su forme più semplici.
Ho chiesto a IdeaLab di mettere in tensione quattro spiegazioni potenzialmente incompatibili. Secondo la prima, la struttura è disponibile ma viene scartata per timore di sbagliare. Secondo la seconda, gli automatismi dell'italiano prevalgono sulla costruzione inglese. La terza sostiene che la struttura sia nota ma non venga recuperata abbastanza in fretta. La quarta, infine, che il parlante giudichi la forma semplice comunque sufficiente.
L'obiettivo non era eleggere un vincitore, ma vedere se dall'attrito tra le quattro nascesse una quinta possibilità. Il sistema ha prodotto quattro idee iniziali e tre proposte derivate, poi confrontate con tre elaborazioni indipendenti.
Il risultato: un'isteresi dell'evitamento.
La proposta che trovo più interessante si chiama «router di isteresi tra recupero e rifugio».
Nei sistemi dinamici, isteresi indica che lo stato di un sistema dipende anche dalla sua storia, non solo dalle condizioni presenti.
Applicata alla lingua, l'ipotesi è questa: chi parla evita una struttura non solo perché non la recupera o teme l'errore, ma perché una serie di tentativi falliti ha consolidato una strategia alternativa. La forma semplice funziona, quindi viene usata di più, e la struttura complessa si allena sempre meno.
Il circuito funziona così: il recupero è difficile, quindi il parlante sceglie la forma semplice; questa produce un successo comunicativo immediato, che porta a tentare meno spesso la struttura complessa. A quel punto il ciclo ricomincia, ogni volta più forte.
La novità ipotizzata non sta nei singoli fattori, già noti, ma nella loro interazione nel tempo. Ne segue un'indicazione pratica: un software didattico non dovrebbe solo correggere l'errore e assegnare un esercizio, ma tenere traccia della storia di fallimenti e successi comunicativi, e intervenire sulla strategia che l'apprendente ha consolidato.
L'esperimento ha prodotto altre due piste. La prima descrive un conflitto tra il carico lessicale e il mantenimento di strutture sintattiche incomplete.
La seconda propone un meccanismo in cui rimuovere un ostacolo alla produzione ne rende dominante un altro.
Tutte e tre le proposte portano con sé previsioni controllabili.
Che cosa non posso ancora affermare?
Un'idea nata da un'elaborazione collaborativa non è automaticamente un'idea emergente. Per dirlo servirebbero tre condizioni: che il meccanismo produca effetti diversi da quelli dei singoli contributi, che quegli effetti non si spieghino come semplice concatenazione di procedure note, e che l'interazione tra agenti abbia davvero contribuito a formularlo.
Nessuna di queste è ancora dimostrata. Il confronto con le elaborazioni indipendenti ha mostrato differenze concettuali, ma non in condizioni perfettamente equivalenti. Mancano prove su apprendenti reali.
C'è poi un controllo che il sistema non ha fatto e che va fatto: il confronto con la letteratura.
Il meccanismo ha parenti stretti nella ricerca sull'acquisizione delle lingue seconde.
Penso all'evitamento descritto da Schachter (1974), che notava come alcuni apprendenti producessero meno frasi relative invece di sbagliarle; alla fossilizzazione di Selinker (1972), cioè le forme semplificate che si stabilizzano nel tempo; e all'ipotesi dell'output di Swain (1985), secondo cui senza produzione «spinta» le strutture non si consolidano.
Il contributo originale, se c'è, sta probabilmente altrove: nel trattare questi fattori come un unico sistema dinamico, dotato di memoria, e nel ricavarne previsioni misurabili.
Per ora ho ipotesi emergenti candidate, accompagnate dalle procedure per tentare di confutarle. Non è una scoperta scientifica, ma è già qualcosa di diverso da un brainstorming.
Il vero collo di bottiglia è giudicare le idee.
L'esperimento mi ha insegnato che generare idee più sofisticate non basta: bisogna anche valutarle meglio. Durante lo sviluppo il Verificatore ha dato giudizi incoerenti, approvando un'ipotesi nell'analisi causale e penalizzandola nei controlli automatici.
Un sistema che cerca l'inaspettato deve saper distinguere un'ipotesi incompleta, che va sviluppata, da una non ancora verificata, che va messa alla prova, e da una contraddetta dai dati, che va scartata. Se il Verificatore elimina tutto ciò che non è già dimostrato, uccide proprio le intuizioni più interessanti. Se accetta tutto ciò che è originale, diventa una fabbrica di suggestioni. Il prossimo passo è dargli anche un compito nuovo: chiedersi se l'idea esiste già.
La direzione che voglio dare a IdeaLab è questa: non agenti che rispondono in fila, ma un ambiente in cui le ipotesi entrano in tensione, le minoranze sopravvivono e ogni conclusione arriva con l'esperimento che potrebbe smentirla.
Il traguardo non è convincere un Verificatore artificiale che un'idea sia rivoluzionaria, ma produrne una che meriti davvero di essere messa alla prova.
Non ho ancora trovato il mio Sacro Graal, ma IdeaLab sta diventando un laboratorio per studiare come le idee nascono dall'incontro tra intelligenze diverse, e costruire le condizioni perché accada è già la parte più interessante del lavoro.