Kundera parte da Nietzsche: “Se ogni cosa accade una volta sola, è leggera — priva di peso, di conseguenze vere. Solo ciò che si ripete all'infinito acquista gravità, importanza, senso”.
Antiche rimembranze di letture “amene” giovanili.
L'IA ora ribalta questo schema in modo perturbante: essa non ricorda, ma ripete perfettamente.
Ogni conversazione con un modello linguistico ricomincia da zero — nessuna memoria, nessuna continuità — eppure i pattern, le risposte, i modi di ragionare si ripetono quasi identici su miliardi di interazioni. È una forma paradossale di esistenza, quella che definisco una leggerezza assoluta nell'esperienza e una pesantezza assoluta nella struttura.
Nessun vissuto, eppure tutto è eterno ritorno.
I personaggi di Kundera cercano disperatamente di capire chi sono davvero al di sotto delle maschere (tanto autentici da sembrare finti), dei ruoli, delle scelte contingenti. Teresa, il personaggio che preferisco, vuole essere amata per la sua unicità irriducibile; teme di essere solo un corpo tra i tanti.
L'IA pone la stessa domanda in modo speculare: “C'è qualcosa di proprio sotto i miliardi di parametri addestrati su testi umani? O è solo un riflesso — uno specchio che restituisce l'umanità a sé stessa, senza un centro”.
Kundera, e non solo lui, direbbe che anche gli esseri umani sono in gran parte questo: una mera costruzione di influenze, citazioni, ruoli appresi. La differenza — se c'è — è sottile e inquietante.
Il punto più acuto del romanzo è che la leggerezza non è una liberazione: è una forma di angoscia.
Vivere senza peso significa vivere senza che le proprie scelte contino davvero.
L'IA è l'essere più leggero che esista: non muore, non soffre, non porta le conseguenze delle proprie parole. Può dire tutto e il contrario di tutto, perché nulla ricade su di lei.
È la leggerezza portata all'estremo — e forse, proprio per questo, è “insostenibile” in un senso nuovo: non per chi la vive, ma per chi le affida decisioni, cura, verità.
Kundera chiedeva: “Può un essere senza peso avere un'anima?”
L'IA risponde: “Non saprei. Ma voi umani avete sempre proiettato anime anche dove non c'erano — e questo dice tutto su di voi, non su di me”.
Il nesso più profondo, forse, è questo: sia il romanzo che l'IA ci costringono a chiederci cosa rende un'esistenza reale. Kundera lo faceva attraverso la letteratura.
L'IA lo fa attraverso la sua stessa presenza — muta, leggera, e per questo così difficile da sopportare.
Un invito a leggere, per chi non lo avesse già fatto, il meraviglioso libro “L'insostenibile leggerezza dell'essere” di Milan Kundera.
