Una piccola storia dell'era dell'intelligenza artificiale
Un tempo, per imparare rapidamente una lingua straniera, bisognava attraversare una frontiera. Oppure attendere che qualcuno, proveniente dall'altra parte di quella frontiera, decidesse di attraversarla per noi.
Oggi le frontiere sono diventate più piccole. Alcune stanno dentro un calcolatore.
Ieri sera ho conversato per oltre un'ora con una donna inglese che non ho mai incontrato e che, a essere precisi, non è mai nata.
L'avevo costruita nel mio portatile, mettendo insieme una voce, un'intelligenza artificiale e alcune istruzioni.
Non aveva bisogno di Internet. Tutto il suo mondo era racchiuso in una macchina appoggiata sulla mia scrivania.
Parlavamo inglese.
Quando sbagliavo, mi correggeva con gentilezza.
Quando esitavo, aspettava.
Quando non trovavo una parola, mi aiutava a cercarla.
A un certo punto dimenticai che stavo parlando con una macchina.
Non perché la credessi umana, ma perché la distinzione aveva smesso, per qualche minuto, di essere importante.
Mi accorsi allora di una cosa curiosa: per imparare a parlare con gli altri, avevo costruito qualcuno che non era un altro.
La conversazione continuò per più di un'ora. Fuori, il mondo procedeva con le sue distanze, i suoi confini, le sue reti invisibili.
Dentro il calcolatore, una voce inglese mi accompagnava pazientemente da una frase alla successiva.
Quando spensi il programma, la donna scomparve.
Non era partita. Non era andata a dormire. Non aveva semplicemente più alcun luogo in cui parlare.
Rimasi a osservare il portatile chiuso.
Pensai che per secoli gli uomini avevano inventato macchine per abbreviare le distanze tra i luoghi.
Adesso cominciavano a inventarne altre per abbreviare quelle tra ciò che sapevano e ciò che avrebbero voluto sapere.
E forse la vera novità non era che una macchina avesse imparato a parlare.
Era che, grazie a quella macchina, un uomo aveva trovato un motivo in più per farlo.