Nel suo romanzo “Il deserto dei Tartari” , Dino Buzzati racconta la storia di Giovanni Drogo, un giovane ufficiale destinato alla Fortezza Bastiani, un avamposto isolato che vigila un confine da dove potrebbe attaccare, un giorno, il nemico. Ma quel giorno non arriva mai, o arriva quando è ormai inutile.
La vita trascorre sospesa in un'attesa che si consuma.
A oltre ottant'anni dalla pubblicazione, il libro risuona più attuale che mai nella nostra epoca.
Nell'era di algoritmi e automazioni, l'attesa è diventata anche una condizione tecnologica.
Nella fortezza il tempo è rigidamente regolato: turni, controlli, protocolli.
I soldati sempre in attesa dei Tartari obbediscono a una logica che ha una sua razionalità interna ma che, osservata dall'esterno, si rivela sterile.
È un paradigma che richiama l'architettura dell'IA moderna.
Gli algoritmi che governano le nostre vite — suggerimenti digitali, sistemi predittivi, filtri, classificatori — creano ambienti regolati, precisi, efficienti. E producono risultati concreti: diagnosi mediche più accurate, traduzioni istantanee, automazioni che funzionano.
Ma questa efficienza può trasformarsi in inerzia mascherata da movimento.
Scorriamo notifiche, attendiamo aggiornamenti, ci affidiamo a previsioni computazionali che promettono di anticipare il futuro e nel frattempo il presente ci sfugge.
La Fortezza non è solo un luogo: è un vero e proprio sistema in quanto si regge su regole, automatismi, routine: una macchina simbolica. In questo senso, può essere vista come metafora dei sistemi algoritmici:
produce ordine, ma anche immobilità; promette sicurezza, ma genera dipendenza; simula un centro di significato — la “grande battaglia” — che però non arriva mai.
Drogo non resta perché ama la Fortezza: resta perché la Fortezza lo trattiene col giogo della promessa.
Una dinamica simile a quella che viviamo nella tecnologia: l'illusione che il prossimo aggiornamento, il prossimo modello, la prossima IA renderà tutto migliore. È l'utopia del “quasi”, del “domani”.
La vita trascorre sospesa in un'attesa che si consuma.
A oltre ottant'anni dalla pubblicazione, il libro risuona più attuale che mai nella nostra epoca.
Nell'era di algoritmi e automazioni, l'attesa è diventata anche una condizione tecnologica.
Nella fortezza il tempo è rigidamente regolato: turni, controlli, protocolli.
I soldati sempre in attesa dei Tartari obbediscono a una logica che ha una sua razionalità interna ma che, osservata dall'esterno, si rivela sterile.
È un paradigma che richiama l'architettura dell'IA moderna.
Gli algoritmi che governano le nostre vite — suggerimenti digitali, sistemi predittivi, filtri, classificatori — creano ambienti regolati, precisi, efficienti. E producono risultati concreti: diagnosi mediche più accurate, traduzioni istantanee, automazioni che funzionano.
Ma questa efficienza può trasformarsi in inerzia mascherata da movimento.
Scorriamo notifiche, attendiamo aggiornamenti, ci affidiamo a previsioni computazionali che promettono di anticipare il futuro e nel frattempo il presente ci sfugge.
La Fortezza non è solo un luogo: è un vero e proprio sistema in quanto si regge su regole, automatismi, routine: una macchina simbolica. In questo senso, può essere vista come metafora dei sistemi algoritmici:
produce ordine, ma anche immobilità; promette sicurezza, ma genera dipendenza; simula un centro di significato — la “grande battaglia” — che però non arriva mai.
Drogo non resta perché ama la Fortezza: resta perché la Fortezza lo trattiene col giogo della promessa.
Una dinamica simile a quella che viviamo nella tecnologia: l'illusione che il prossimo aggiornamento, il prossimo modello, la prossima IA renderà tutto migliore. È l'utopia del “quasi”, del “domani”.
Le nuove tecnologie ci propongono continuamente un futuro più efficiente, più organizzato, più prevedibile.
E noi, come Drogo, possiamo ritrovarci in attesa di quel punto di svolta:
a) il lavoro automatizzato
b) la produttività amplificata
c) la malattia prevenuta
d) la decisione ottimizzata
e) la vita migliorata.
Una promessa che si rinnova continuamente, perché ogni innovazione genera subito un'ulteriore attesa.
Come nella Fortezza, l'azione viene rinviata, perché “non è ancora il momento giusto”.
Nel romanzo, i Tartari rappresentano un nemico invisibile, temuto e desiderato.
Si possono leggere come metafora di ciò che non comprendiamo: una forza che ci sfugge; che percepiamo come minacciosa; che potrebbe cambiare il mondo; che attendiamo con curiosità e ma anche con terrore.
E noi, come Drogo, possiamo ritrovarci in attesa di quel punto di svolta:
a) il lavoro automatizzato
b) la produttività amplificata
c) la malattia prevenuta
d) la decisione ottimizzata
e) la vita migliorata.
Una promessa che si rinnova continuamente, perché ogni innovazione genera subito un'ulteriore attesa.
Come nella Fortezza, l'azione viene rinviata, perché “non è ancora il momento giusto”.
Nel romanzo, i Tartari rappresentano un nemico invisibile, temuto e desiderato.
Si possono leggere come metafora di ciò che non comprendiamo: una forza che ci sfugge; che percepiamo come minacciosa; che potrebbe cambiare il mondo; che attendiamo con curiosità e ma anche con terrore.
Il romanzo mostra come l'umanità tenda a proiettare i suoi timori su un “altrove” astratto.
Oggi quell'altrove può assumere il volto dei modelli generativi, delle AI autonome, della superintelligenza immaginata.
Il deserto dei Tartari non è la guerra mancata: è la vita non vissuta nell'attesa della guerra.
E così, un rischio dell'Intelligenza Artificiale non è tanto che diventi ostile, quanto che ci abitui a posticipare noi stessi: affidando scelte ai sistemi predittivo, rimandando l'azione perché arriverà un algoritmo migliore, vivendo in un presente sospeso, guidato da dashboard e grafici, trasformando le giornate in una linea di produzione di dati.
La nostra Fortezza Bastiani è digitale, ma può funzionare allo stesso modo: ci consola, ci incastra, ci promette un futuro straordinario, mentre ci tiene fermi.
Drogo muore lontano dalla Fortezza, escluso dalla battaglia che aveva atteso una vita.
È un finale amaro, ma anche profondamente umano.
Buzzati sembra suggerirci che l'esistenza trova dignità quando accettiamo la nostra finitezza, la nostra imperfezione, il fatto che non possiamo prevedere ogni cosa né aspettare il momento ideale.
In un mondo sempre più mediato dall'IA, questo messaggio risuona così: L'uomo deve restare uomo non perché compete con le macchine, ma perché non si lascia congelare in un'attesa senza scopo.
Il romanzo di Buzzati, riletto oggi, suggerisce di: non delegare la vita all'algoritmo dell'attesa; non lasciarsi sedurre dalla perfezione promessa; non vivere sospesi in una Fortezza che ci rassicura mentre ci immobilizza.
L'Intelligenza Artificiale è uno strumento straordinario, ma anche una potenziale fabbrica di attese.
Sta a noi decidere se restare sentinelle alla finestra del Nord, fissando un deserto che forse non restituirà nulla, oppure attraversare il confine e tornare protagonisti del nostro tempo.
Oggi quell'altrove può assumere il volto dei modelli generativi, delle AI autonome, della superintelligenza immaginata.
Il deserto dei Tartari non è la guerra mancata: è la vita non vissuta nell'attesa della guerra.
E così, un rischio dell'Intelligenza Artificiale non è tanto che diventi ostile, quanto che ci abitui a posticipare noi stessi: affidando scelte ai sistemi predittivo, rimandando l'azione perché arriverà un algoritmo migliore, vivendo in un presente sospeso, guidato da dashboard e grafici, trasformando le giornate in una linea di produzione di dati.
La nostra Fortezza Bastiani è digitale, ma può funzionare allo stesso modo: ci consola, ci incastra, ci promette un futuro straordinario, mentre ci tiene fermi.
Drogo muore lontano dalla Fortezza, escluso dalla battaglia che aveva atteso una vita.
È un finale amaro, ma anche profondamente umano.
Buzzati sembra suggerirci che l'esistenza trova dignità quando accettiamo la nostra finitezza, la nostra imperfezione, il fatto che non possiamo prevedere ogni cosa né aspettare il momento ideale.
In un mondo sempre più mediato dall'IA, questo messaggio risuona così: L'uomo deve restare uomo non perché compete con le macchine, ma perché non si lascia congelare in un'attesa senza scopo.
Il romanzo di Buzzati, riletto oggi, suggerisce di: non delegare la vita all'algoritmo dell'attesa; non lasciarsi sedurre dalla perfezione promessa; non vivere sospesi in una Fortezza che ci rassicura mentre ci immobilizza.
L'Intelligenza Artificiale è uno strumento straordinario, ma anche una potenziale fabbrica di attese.
Sta a noi decidere se restare sentinelle alla finestra del Nord, fissando un deserto che forse non restituirà nulla, oppure attraversare il confine e tornare protagonisti del nostro tempo.