E se le mie copertine diventassero grattacieli? Ho provato a costruire una città 3D in Blender partendo da un'idea semplice: usare le copertine dei miei libri, costruiti con la mia app apposita, come facciate degli edifici. Il risultato è un piccolo esperimento di generative art: • una città procedurale di ~200 grattacieli, con il centro più alto e la periferia bassa, come uno skyline vero; • ogni edificio proporzionato su misura della copertina: una copertina in larghezza, un numero intero in altezza, senza tagli; • strade complete di asfalto, cordoli, mezzeria tratteggiata e attraversamenti pedonali; • giardini alberati tra gli isolati; • il tutto su un'isola, circondata da un canale pieno di acqua animata (Ocean modifier); • una camera che ci vola dentro come un elicottero: entra da fuori, scende in strada, percorre le vie a serpentina tra le torri e risale sullo skyline al tramonto. La parte più interessante non è il render, ma il metodo: l'ho costruita conversando con...
IA generativa: aiuto eccezionale o alleato del bias di conferma
Manganelli, con il suo sguardo disincantato sui meccanismi più reconditi dell’intelletto, ci avrebbe probabilmente regalato, come risposta, un’altra sublime “manganellata”. Era tutto fuorché conciliante, e probabilmente avrebbe rigettato con sdegno questa deriva del sapere, imbellettato e pronto all’uso.
Basti pensare che, per lui, la letteratura non doveva “servire”, e proprio per questo era sacra: un luogo dell’inutile, quindi dell’autentico.
Immagino avrebbe detto, con la sua aria da malinconico tapiro, qualcosa del genere: “siamo diventati come quei lettori pigri che cercano nei libri solo la conferma delle proprie opinioni”.
Con l’IA abbiamo trovato il complice perfetto di questa pigrizia intellettuale — una macchina che, per sua natura, tende a darci risposte apparentemente ragionevoli, che raramente ci contraddicono.
Manganelli avrebbe notato tutta l’ironia perversa della situazione: ecco uno strumento nato per amplificare la nostra intelligenza, che però viene usato principalmente per confermare le nostre carenze.
È come possedere lo specchio perfetto, che non solo riflette la nostra immagine, ma la abbellisce anche un po’, rendendocela più gradevole.
Il vero problema, direbbe, non è l’IA in sé, ma la nostra incapacità di utilizzare il “dubbio metodico”, indispensabile in ogni autentico rapporto con la conoscenza.
Siamo fin troppo sedotti dalla fluidità delle sue risposte, dalla loro apparente completezza, al punto che spesso e volentieri ci dimentichiamo di verificarle o, comunque, di vagliarle con il lume della ragione.
